La trasmissione intergenerazionale del trauma - Dr Michele Canil
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Traumi e trasmissione intergenerazionale

La trasmissione intergenerazionale del trauma

Traumi e trasmissione intergenerazionale

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La trasmissione intergenerazionale del trauma TREVISO

1) Quando parliamo di traumi, che cosa intendiamo per trasmissione intergenerazionale?

Come avviene la trasmissione intergenerazionale del trauma?

E’ risaputo in ambito clinico scientifico che le persone i cui genitori (o addirittura i nonni) hanno avuto esperienze traumatiche nel corso della vita, ed in particolare della prima infanzia, hanno un rischio aumentato di esordio di disturbi d’ansia o di attaccamento-dipendenza ed anche di disturbo post traumatico da stress. In particolare come citavo sopra se tali traumi avvengono nella prima infanzia, le possibilità di sviluppare in età adulta dei disturbi sono molto alte e di conseguenza anche la trasmissione alla generazione successiva (e non solo) attraverso uno stile relazionale particolare o la trasmissione involontaria di disordini fobico-ansiosi.

Studi longitudinali del famoso psicoterapeuta Bowlby e della sua assistente Anwort confermano appunto come un “attaccamento” insicuro o disorganizzato nella prima infanzia vengano “trasmessi” nello stile relazionale. Non solo, ricordiamo anche i processi epigenetici, l’alterazione nell’espressione di un gene, in seguito all’esposizione ad eventi stressanti.


2) tRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DEL TRAUMA. In che modo una brutta esperienza, un lutto, un divorzio, un fallimento professionale o personale possono influenzare l’educazione che i genitori danno ai figli e il loro rapporto con essi?

Partiamo dal concetto di trauma: dal latino trauma col significato di perforamento, trafittura, foro e perforo. Il concetto di base è lo “sfondamento dell’intero”, ovvero il passare al di là come segno indelebile di ferita e lesione.

Rimanda quindi a tutte quelle esperienze che, al di là di una scala di gravità, producono una sorta di rottura dell’integrità psichica e del senso di base di sicurezza.

Spesso, ma non sempre necessariamente, ad esempio ciò che ha segnato la vita di una persona tenderà a segnare inconsapevolmente (o meno) quella dei propri figli. Ne è un esempio il timore della perdita e dell’abbandono, che attraversa molte generazioni dagli anni dell’ultima guerra fino ai giorni nostri. I valori, in positivo, son anch’essi dei concetti intergenerazionali ma semplicemente positivi.


3) Quali possono essere i “danni” che i traumi dei genitori possono causare nei figli? Per esempio, rapporto con il partner, scelta degli studi, del lavoro anche andando contro alle loro aspirazioni, modo di porsi nei confronti dell’altro sesso ecc…

Questo è l’aspetto più articolato della questione. Facciamo un esempio. Poniamo che una coppia di genitori si siano scelti sulla base di alcuni sentimenti di interdipendenza e di sicurezza che non verranno mai abbandonati dal partner. Nella maggior parte dei casi l’insicurezza retrostante nasce proprio dalla minaccia di abbandono che i loro genitori hanno messo in atto per vari motivi. Significa scarsa attenzione ai bisogni dei figli, relazioni molto fredde emotivamente, sterili nei sentimenti e respingenti rispetto ai bisogni di vicinanza ed affetto che tutti i bambini hanno. Con altissima probabilità i figli di questa coppia avranno caratteristiche di relazione con il materno troppo sbilanciate sulla dipendenza con conseguente scarso sviluppo di autonomia che varrà interpretata come pericolosa. Le relazioni future che non risponderanno ai criteri di dipendenza verranno interpretate come pericolose e la “normale” autonomia dei futuri partner vista come una seria minaccia di abbandono: “o stai sempre e solo con me oppure hanno ragione i miei genitori nel dirmi di stare attento/a perchè vorrai abbandonarmi”.


4) Trasmissione intergenerazionale del trauma. Ci sono esperienze negative che più di altre possono essere trasmesse ai figli?

Certo, nella pratica clinica si riscontrano quotidianamente, da Freud ai giorni nostri. Cito come esempi maggiormente frequenti le esperienze legate alla perdita ed abbandono; in queste rientrano piccoli e grandi traumi come perdite improvvise o violente di figure di attaccamento o di generazioni precedenti. Ricordo che anche l’assistere alla disperazione della propria madre per la perdita di uno dei suoi genitori o altre figure importanti per cause traumatiche è un apprendimento condizionante l’esperienza. Quindi parliamo di traumi diretti o indiretti.


5) Che fare, allora, perché il passato non influisca negativamente sull’educazione e sul rapporto con i figli?

Cerchiamo di conoscere noi stessi in modo autentico ed onesto. Riuscire ad avere una mappa di noi chiara, sia delle nostre ferite che dei nostri punti di forza, mette già in parte a riparo. La consapevolezza quindi è la partenza. Sarà un caso che le madri ansiose producono livelli di ansia alta nei figli? Idem per molte fobie.


6) Trasmissione intergenerazionale del trauma. Quali sono i segnali a cui fare attenzione? Per esempio, se li stiamo condizionando nello studio, nel lavoro, se stiamo premendo perché lasci quel fidanzatino che “non ci piace” perché assomiglia al partner che ci ha traditi ecc…

Nella domanda c’è già in parte la risposta. I nostri costrutti e significati non devono necessariamente essere quelli dei nostri figli e quindi ancora consapevolezza come antidoto per il passaggio intergenerazionale. Se non fosse sufficiente, sarà il caso di riparare le ferite con un lavoro psicoterapeutico. Un segnale è l’eccessivo allarme e reazione emotiva per una data situazione: può essere utile il confronto col partner o con persone di fiducia per comprendere se siamo eccessivi davvero. Neuro-anatomicamente l’amigdala in particolare è quella parte del nostro cervello che gioca un ruolo fondamentale nel creare e memorizzare eventi emotivamente rilevanti, come ad esempio la paura.


7) Se ci si rende conto che i ragazzi sono influenzati dai nostri traumi passati, come correre ai ripari?

Distinguiamo innanzitutto in condizionamenti non patologici e patologici. Lì dove è possibile intervenire discutendo ed aprendo una conversazione con i nostri figli, avremmo modo di aiutarli a risolvere le loro paure aprendoci anche al condividere le nostre. Lì dove invece si entra nei disordini e sintomi di ansia è consigliabile un percorso di terapia che possa riparare e far crescere le risorse dei ragazzi: nei casi più importanti si trattano con l’ EMDR, che mira in modo specifico ed efficacie ai traumi per rielaborarli e desensibilizzare.


Dott. Michele Canil

Psicologo, Psicoterapeuta

Neuropsicologo, Ipnosi clinica

Perfezionato in Psicofisiologia clinica, Genetica, Nutrizione.

Opera nelle città di Vittorio Veneto, Conegliano, Treviso.

Il dott. Canil si occupa da molti anni di diagnosi e cura della depressione a Treviso, Conegliano e Vittorio veneto. Oltre a ciò tratta molti disturbi psicosomatici, si occupa di cura dell’ansia e di attacchi di panico e molti altri tipi di disturbi. Opera in strutture ospedaliere ed in studio privato di Psicologia, Psicoterapia e Neuropsicologia.

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