
24 Lug Effetti psicologici della guerra
Effetti psicologici della. “Se la guerra entra nelle emozioni”
“Effetti psicologici della guerra. “Se la guerra entra nelle emozioni” – Albatross Magazine luglio/agosto 2025
È un articolo di Marco Zorzetto con la collaborazione del dott. Michele Canil, psicologo a Treviso specialista in ipnosi clinica e terapia EMDR Treviso
Anche se la guerra entra nelle emozioni anche quando avviene a migliaia di chilometri di distanza, un conflitto armato può insinuarsi nella nostra quotidianità con la forza silenziosa dell’ansia. Il Dott. Michele Canil, psicologo clinico e psicoterapeuta a Treviso ci guida in un’analisi profonda degli effetti psicologici dei conflitti globali su adulti, adolescenti e bambini. Un dialogo attuale, necessario, che aiuta a riflettere sul nostro modo di vivere e sopravvivere in un’epoca in cui nessun confine è davvero impermeabile all’impatto psicologico del mondo.
Perché i conflitti globali, anche se lontani da noi, riescono comunque a generare ansia e malessere?
Perché mettono in discussione il nostro senso di sicurezza e di stabilità, elementi fondamentali per ogni forma di civiltà. L’ essere umano, per vivere in società, rinuncia a parte della sua libertà in cambio di regole che garantiscano protezione. Quando le notizie di guerra, spesso raccontate con toni crudi e diretti, ci raggiungono, risvegliano paure profonde legate al futuro e alla sicurezza dei nostri cari.
Come può influire, sul nostro equilibrio quotidiano, l’esposizione continua alle notizie di guerra?
Ci obbliga a ripensare le nostre priorità e ci costringe a proiettarci verso scenari che minacciano la normalità. Chi possiede una spiccata immaginazione o sensibilità è più esposto a questi effetti, e tende a mettere al primo posto la sopravvivenza, anche quando non è direttamente minacciata.
Qual è l’impatto emotivo sui bambini e sugli adolescenti, anche se vivono lontano dai luoghi del conflitto?
Bambini e adolescenti, essendo più creativi degli adulti, costruiscono facilmente scenari mentali carichi di paura. Il loro vissuto dipende però molto dal contesto familiare: chi cresce in un ambiente con un attaccamento sicuro sarà più protetto emotivamente, mentre chi ha un attaccamento insicuro può sviluppare pensieri e paure più intense.
Cos’è l’ansia geopolitica e perché è sempre più diffusa?
E’ un tipo di ansia legata alla paura della guerra, che genera pensieri di perdita, abbandono, insicurezza e precarietà. Anche chi non è direttamente coinvolto può sviluppare questo stato di inquietudine per il semplice fatto di sentirsi minacciato nella propria zona di comfort.
Le immagini forti diffuse da media e social possono avere un effetto traumatico anche da lontano?
Sì. Il disturbo post-traumatico da stress può insorgere non solo in chi vive direttamente un evento, ma anche in chi lo osserva, specialmente se le immagini risvegliano traumi passati. Non è un fenomeno così frequente come si pensa, ma può accadere.
È normale sentirsi impotenti o in colpa di fronte a ciò che accade? Come gestire queste emozioni?
È una reazione comune. La gestione dipende dalla capacità individuale di elaborare questi vissuti. Parlare con persone di fiducia, come amici o familiari, è un ottimo primo passo. L’isolamento mentale, invece, può peggiorare la situazione e favorire lo sviluppo di malesseri più profondi.
Perché tendiamo a identificarci con una delle parti in conflitto, anche senza conoscere i fatti a fondo?
È un meccanismo psicologico inconscio legato a quello che in psicologia viene chiamato triangolo drammatico: vittima, carnefice, salvatore. Spesso proiettiamo nei conflitti esterni dinamiche irrisolte del nostro vissuto personale. La consapevolezza di questo meccanismo è il primo passo per evitarlo.
La guerra, anche se vissuta solo attraverso uno schermo, può cambiare il nostro modo di relazionarci o la visione del futuro?
Assolutamente sì. Può generare atteggiamenti difensivi, paura, rottura delle relazioni e sfiducia nel futuro. Dopo il Covid, ad esempio, molti hanno sviluppato una visione individualista e pessimista, che tende a isolare invece che unire. Questo ha effetti negativi sia sulle relazioni che sul benessere sociale.
In un mondo instabile, come possiamo proteggere la salute mentale, soprattutto nei soggetti più vulnerabili?
Bisogna sviluppare un pensiero critico e autonomo, confrontarsi con fonti diverse e mantenere una visione d’insieme. Circondarsi di persone con cui condividere riflessioni è fondamentale. Restare aperti al dialogo e non lasciarsi travolgere dalla paura è una forma di resilienza utile a mantenere lucidità e benessere.
Quali strategie consiglia per affrontare le emozioni negative legate ai conflitti senza cadere nell’indifferenza o nel sovraccarico emotivo?
Innanzitutto, il confronto con punti di vista differenti aiuta a sviluppare un pensiero più equilibrato. Mantenere vivi i legami affettivi con la famiglia, gli amici, la comunità offre un senso di appartenenza e sicurezza che protegge dalla solitudine e dal disorientamento emotivo. La connessione con gli altri resta il miglior antidoto alla paura.
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