Baby gang, maranza e coltelli . Allarme tra i giovani
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Baby gang, maranza e coltelli

Baby Gang

Baby gang, maranza e coltelli

 

BABY GANG, MARANZA E COLTELLI: ALLARME TRA I GIOVANI

 

Baby Gang. Intervista al dottor Michele Canil, psicologo a Treviso, in onda su Antenna Tre.

Ben ritrovati ad Approfondimento. I temi della salute mentale in primo piano, perché dobbiamo occuparcene, ce lo suggerisce quotidianamente la cronaca, ce lo suggerisce quotidianamente anche il disagio che vivono tante famiglie, tanti giovani. Se ci avete seguito fin da mezzogiorno avete visto quante testimonianze, anche drammatiche che abbiamo raccolto. Siamo entrati nella carne viva anche di tante famiglie che chiedono aiuto.

Qui con noi per aiutarci a comprendere che cosa sta accadendo c’è un volto che conoscete tutti, il dottor Michele Canil, neuropsicologo a Treviso e psicoterapeuta, vice-rettore, mi piace sottolinearlo, dell’Accademia Internazionale Costantiniana e uno tra i primi tre, pensate, specialisti in Italia per ore di psicoterapia.

Dottor Canil, buongiorno, è un piacere ritrovarla. Partiamo dalla cronaca, perché lo dico da giornalista, la cronaca incombe sempre e la cronaca va interpretata. Solo oggi abbiamo raccontato di una sedicenne che ha accoltellato la rivale ventenne, abbiamo parlato di un ventunenne che è entrato in un bar e ha aggredito brutalmente un cinquantenne. Abbiamo parlato anche di furti nelle scuole, a Silea nella notte sono state rubate anche delle dosi di adrenalina che erano conservate nella cassetta di sicurezza per il primo soccorso. Che cosa sta accadendo, dottore?

La situazione preoccupa non solo giornalisti e la popolazione generale, ma anche noi professionisti, perché siamo davanti ad una quantità crescente, quindi un dato in movimento, troppo importante come numeri.

Teniamo conto che solo l’OMS sta registrando un aumento negli ultimi 10 anni del 20-30% di disagio giovanile, quindi con questo intendono un disagio che si esprime attraverso almeno un disturbo mentale. Questo è un dato importante perché 20-30% sono dati significativi, è una quantità molto alta e questo ci fa anche presumere che fra altri 10 anni questo 20-30% si somma a un altro 20-30% oppure con un effetto esponenziale può essere anche di più, speriamo di no certamente, ma per far sì che non ci sia questo aumento vertiginoso dobbiamo intervenire in modo precoce, quindi sulle situazioni un po’ sul nascere.

Facciamo alcune distinzioni secondo me opportune, perché se parliamo ad esempio di aspetti depressivi questi sono presenti anche nei giovani, quindi parliamo di adolescenti, le statistiche più importanti arrivano fino ai 19 anni ad esempio e rilevano anche lì un aumento, noi sappiamo purtroppo però che il dato generale sarà che entro il 2030 purtroppo la depressione sarà la prima malattia a livello mondiale, sui giovani purtroppo intervengono anche altre situazioni, disturbi d’ansia e quelli in qualche modo potremmo pensare a come mai si generano così tanto, quindi le cause e poi comunque abbiamo anche i rimedi e poi c’è un’altra fetta importante e consistente che sono i disturbi di area comportamentale o comunque antisociale, cioè quelli che leggiamo sulla cronaca nera in cui le persone, questi ragazzi sostanzialmente hanno dei tratti psicotici, hanno delle caratteristiche di personalità particolarmente disordinate e questo fa sì che poi loro cerchino un’autoregolazione attraverso l’uso di sostanze, di alcol, di farmaci, ne sentiamo un po’ di tutti i colori, però è una situazione un po’ fuori controllo anche perché questo comporta inevitabilmente anche atti violenti, aggressioni e uscire da quel senso del limite civico a cui invece la società deve poter tenere le redini.

 


Quindi Lei da esperto fotografa la tendenza, non è solo una tendenza di cronaca, lei lo vede nella sua pratica clinica, quindi questo aumento del 20-30% del disagio giovanile è un aumento che Lei riscontra anche da operatore esperto che lavora sul territorio, quindi nella Marca Trevigiana, nel Veneto e le chiedo di più, c’è anche una specificità magari territoriale?

Questo però io personalmente, e qualche altro collega, lo interpretiamo come un dato negativo, perché quello che dice lei è molto interessante, la specificità territoriale dovrebbe essere qualcosa che può riguardare, faccio un esempio, zone particolarmente isolate, difficoltà di aggregazione, piuttosto che grosse città dove ci sono magari delle situazioni di uso sostanze, spaccio e quindi invece non esiste più molto questa situazione qui, per cui tutto tende ad essere molto uniformato e ciò che troviamo in centro nella grande città lo troviamo anche nelle zone isolate, quello che troviamo in nord Europa purtroppo lo troviamo anche in sud Europa, quindi il dato comincia a diventare preoccupante perché è europeo, perché è molto diffuso, purtroppo con gli stessi mezzi con cui noi accorciamo le distanze in mille modi sui trasporti, sul commercio, sulla vita, sulle comunicazioni e gli stessi mezzi purtroppo conducono non solo pacchi postali, faccio per dire, ma purtroppo anche disagio e una certa diffusione di un modo di vivere, ad esempio anche l’utilizzo negativo di social o mezzi del genere fa sì che si espandano un po’ queste cose, ricordo appunto il famoso libro I dolori del Giovane Werther, si registrò in Europa all’uscita di quel libro quando venne tradotto in più lingue un aumento dei suicidi, proprio per il fatto che venne diffusa, ovviamente senza una volontà mirata, però venne diffuso in diverse lingue, ebbe modo di diffondersi nel territorio e quindi dobbiamo tener conto che l’essere umano soprattutto nella fascia giovanile tenda ad assorbire molto ciò che sente attraverso la diffusione delle notizie.

Quindi l’uniformazione dei social ha provocato questo aumento di disagio, quindi qui bisogna intervenire sui social o sul corretto utilizzo dei social?

Penso di sì, perché è uno dei mezzi di larga diffusione, ad esempio esistono anche delle parti di Internet utilizzate dai giovani per capire come utilizzare una sostanza, come fare un certo crimine, penso che ci sia una certa difficoltà anche delle forze dell’ordine a rintracciare continuamente questo genere di attività, che però arrivano in modo semplice nella nostra mano e fanno parte di una protesi dell’essere umano mai.

Spesso parliamo di dipendenza anche da social, Lei la percepisce, la riscontra nella sua pratica?


Questo è molto diffuso, è molto diffuso già da bambini dai 6 anni in su ad esempio, c’è qualche raro caso anche prima, però anche qui deve esserci una sorveglianza maggiore e un’attenzione da parte dei genitori, perché l’utilizzo che ne fanno i nostri figli è sempre molto aleatorio, non sappiamo, possono istruirsi su qualcosa, ma sicuramente la curiosità li può portare anche a vedere qualcosa che salutare magari non è, o che addirittura come si diceva prima, nel caso di quell’effetto Werther, può essere segno di un’emulazione di un qualche comportamento disadattivo, piuttosto che entrare in contatto con persone che a loro volta hanno dei disagi, magari con qualche anno in più etc.

 


Diciamo Dottore, questa uniformazione, lei ha usato questo termine, si vede poi in determinati fenomeni, baby gang, maranza, l’anno scorso la Treccani ha eletto maranza tra le parole dell’anno, quindi questi fenomeni che erano fenomeni metropolitani, che magari ci riportavano a scenari americani, britannici e così via, sono adesso radicati anche nelle nostre città, ma non solo nelle nostre città, anche nei comuni più limitrofi, più decentrati. 

 


Nei paeselli oserei dire, perché persino nelle piazze più piccole, quello diventa un modo negativo, ma aggregativo per alcuni giovani, è ovvio, scontato e conclamato che dove c’è una baby gang, dietro c’è un disagio fortissimo, c’è assenza di limiti, almeno uno dei due genitori sicuramente sta contribuendo a crearsi di un tratto che è psicotico comunque, è deviante ed è qualcosa che i ragazzi non hanno modo di gestire, se non attraverso questi comportamenti, se cade il sistema di valori, per cui i nostri ragazzi cominciano a dire che quasi, quasi far parte di quel gruppo che commette dei crimini e si vantano perché ad uno la polizia lo ha fermato tre volte e quell’altro dieci, diventa una gara al contrario, ma particolarmente dannosa, perché poi dobbiamo immaginare che questi ragazzi un giorno cresceranno, quando avranno 20 anni saranno altri tipi di problemi e probabilmente a quel punto ormai esordirà un qualche disturbo di carattere mentale più pesante o disordini con la giustizia.

Che differenza c’è Dottor Canil tra la baby gang di oggi e quella che magari era la banda di ieri, sono cambiati i meccanismi anche interni, è cambiata la logica del branco?

Sembra di sì, intanto una grande differenza è proprio l’aspetto di diffusione, che fa in modo che purtroppo anche altri ragazzini più emarginati possano essere coinvolti da un gruppo più grande; una volta questi gruppi, diciamo anche solo vent’anni fa, avevano una diffusione molto più rarefatta, avevano modo, penso anche le forze dell’ordine di controllare di più e c’erano delle situazioni di disagio di un certo tipo dietro. Ad oggi rischiamo che anche i nostri adolescenti in una fase di disagio particolare, con magari una situazione familiare che non riesce a tenere sufficientemente le redini dell’aspetto dei valori dei nostri giovani, questi possano aggregarsi a dei gruppi magari peggiorativi sicuramente, ma che danno loro quell’aspetto che in adolescenza è molto importante, che è il senso di appartenenza, lì dove c’è un gruppo che coinvolge troppo nel senso di appartenenza ecco che va a catturare quei bisogni del nostro adolescente di sicurezza paradossalmente o di appartenenza ad un gruppo che in qualche modo lo sostiene, ma non sviluppa nessun tipo di competenza e sicuramente non ha nessun tipo di crescita personale.

Non tanto siamo arrivati a questo, chiedo alla Regia se può inquadrare l’home page del giornale Punto IT, stretta sui coltelli tra i giovani, direttiva per il metal detector anche a sorpresa a scuola, è uno dei fronti di questi giorni, quindi questo provvedimento che di fatto certifica una tendenza, l’uso di armi, leggevo un’altra statistica, la diffusione di armi, di coltelli tra i giovanissimi è più che raddoppiata in 4-5 anni.

È preoccupante perché ci si chiede a che tipo di guerra debbano prepararsi questi ragazzi, è chiaro che vivono una dimensione di lotta contro qualcosa, ma qua si perde completamente la base che deve essere la loro crescita e il loro sviluppo, quindi ci sono aspetti di rabbia, assenza del limite, dove c’è troppa assenza del limite nello sviluppo della personalità dei giovani, soprattutto entro la preadolescenza, indicativamente i primi 10 anni di vita, quella assenza del limite o un disagio forte che non ha avuto modo di essere corretto in qualche maniera, tenderà a esprimersi facilmente su uno di queste attività che svolgono legalmente, allora è facilissimo poi procurarsi delle armi, delle sostanze, fare lo scontro con la banda rivale, qui però dobbiamo richiamare in campo le famiglie perché le forze dell’ordine, i provvedimenti sono tutte azioni che arrivano dopo, la prevenzione invece qua diventa fondamentale. Diciamo che la logica securitaria da sola non può bastare?

Non può bastare, anche perché i numeri a cui andiamo incontro sono veramente importanti, andare a riparare solamente i danni, questo non può essere sufficiente; leggevo un titolo di Galimberti che diceva rischiamo di generare una società psicopatica in questo modo, penso che questo sia molto condivisibile, perché mancano di fondo la famiglia, gli aspetti, come dicevo prima dei valori, che se c’è un disagio dobbiamo tentare di intercettarlo subito e non mettere i nostri ragazzi in una situazione di pericolo che è l’esterno, ma non che l’esterno di per sé sia pericoloso, però non hanno i filtri per riuscire a scegliere al bivio ciò che può essere giusto e ciò che può essere sbagliato.

La rabbia chiaramente è un elemento che tutte queste baby gang o tipi di aggregazione hanno in modo molto evidente e qua potremmo aprire un’interessante puntualizzazione sugli aspetti del limite, la rabbia spesso diventa un segno di un disagio molto più profondo, il senso di inefficacia o il senso di fallimento di alcuni ragazzi, ma il fallimento non deve essere un fallimento perché non raggiungono delle punte di soddisfazione facile, questa cosa è un grande inganno che stanno dando ai nostri giovani, purtroppo attraverso le social spesso, la soddisfazione deve essere quella di compiere una fatica, arrivare a un obiettivo e sentirsi bravi, questo costruisce l’autostima, abbassa decisamente l’aggressività, ma per fare tutto questo ci vuole tempo e voglia e presenza della famiglia chiaramente.


Lei dice una cosa importante, le aspettative sono troppo alte, quando le aspettative sono troppo alte, il mancato raggiungimento degli obiettivi provoca frustrazione e quindi rabbia.

Assolutamente sì, perché è come se misurassimo col metro del narcisismo non quello reale e quindi non possiamo pensare che sia veritiero il fatto di avere soldi facili, bella vita e buoni rapporti solo attraverso delle mosse di astuzia, è attraverso l’impegno che possiamo arrivare a qualcosa, è l’impegno dove si impara, sì a scuola sicuramente i nostri insegnanti fanno un grande lavoro, ma se prima di tutto non c’è un aspetto di relazione genitoriale attento a trasmettere questi valori e a spendere del tempo, questo verrà meno.

 


Purtroppo molte delle famiglie di queste baby gang adesso, oppure del disagio giovanile, hanno degli aspetti già problematici, alcune famiglie nel funzionamento, è sempre difficile ammetterlo, altre famiglie hanno un buon funzionamento, ma forse non riescono a trovare un canale comunicativo o uno spazio per riuscire ad affiancare i nostri giovani. È vero che le generazioni passate non avevano né metodo educativo, né tanto meno tempo, ma il mondo era molto più semplificato, non era complesso come oggi.

Le faccio una domanda che vuole essere provocatoria, è sempre colpa dei genitori?

La parola colpa io tendo a usarla pochissimo, diciamo che la responsabilità è sicuramente forte e tanto più però è inversamente proporzionale, è direttamente proporzionale, tanto più è complesso il mondo e tanto più la presenza della famiglia deve aumentare in modo proporzionale. Per questo cito il fattore tempo, cioè dobbiamo avere anche un tempo da spendere con i nostri ragazzi per il coinvolgimento, per trasmettere una serie di esperienze, allora qua riusciamo a proteggerli meglio dall’esterno. Chiaro che se l’esterno diventa molto meno conflittuale, con meno possibilità di accedere a tutto quello che esiste ad oggi, armi, aggregazioni negative, sostanze, sarà anche meno importante il tempo e lo spazio che la famiglia può dedicare sul prevenire tutto questo.

Abbiamo però spesso delle situazioni dietro questi giovani, soprattutto quelli un po’ più problematici, situazioni familiari in cui riscontriamo almeno uno dei due genitori che ha a sua volta delle situazioni di disagio mentale importanti. Qua c’è un po’ un tabù, chiaro che nessuno sta puntando il dito sulla categoria i genitori perché è una categoria macro, però attenzione che quando c’è un disagio mentale su uno dei due è matematico che venga trasmesso in qualche modo. Diciamo che questo è un dato clinico, sono numeri che ci dicono e suggeriscono questo. 

 


Il fattore tempo, altro capitolo, la società, dice lei Dottor Canil, è sempre più complessa, questo suggerirebbe ai genitori di dedicare più tempo ed energie ai figli, ma non sempre questo è possibile, anche per motivi oggettivi. Quindi recuperare la risorsa tempo deve essere una sfida non solo individuale e familiare, ma collettiva.

Assolutamente collettiva perché penso sia una responsabilità proprio della nostra società, cerchiamo di strutturarci in modo tale da offrire il meglio possibile ai nostri ragazzi perché vivono in un mondo molto più articolato. Se non ricordo male in Svizzera fino a tre anni il governo cerca di fare in modo che le mamme stiano con i propri figli, questo anche in Italia per carità, nei primi due anni di lavoro è possibile investire effettivamente e relazionalmente sui nostri figli, questo è importante, però quante volte è davvero realizzabile, è un po’ complesso, la società ad oggi ci ruba molto tempo.

 


Prima ci citavano le dipendenze, certo citiamo anche le dipendenze che possiamo avere noi adulti nei confronti di questo aggeggio che è lo smartphone, i social perché anche quello può diventare un elemento, se la coppia genitoriale ha dei tratti narcisistici e questi sono in aumento nella nostra società, facciamo attenzione perché quello può riversarsi sui figli e genera esattamente questo tipo di quadro qui.

Quindi i tratti narcisistici sono in aumento non solo tra i giovani e i giovanissimi, ma anche tra chi ha qualche anno in più, quindi anche tra i genitori e perché questo? Anche i genitori sono in qualche modo stati lambiti dalla logica performante dei social, perché questo narcisismo diffuso anche tra le generazioni più adulte?

Questo sicuramente è un indicatore, nel senso che sembrerebbe che in questa competizione sociale tutti dovessimo avere la piscina, l’elicottero e tutti i vantaggi e saremo anche tutti contenti, il fatto è che non c’è un fine scala e comunque se io fossi una persona che non può accedere ad un certo stile di vita che promuovono nei social, entro in frustrazione nel momento in cui la mia ambizione è ferita.

Questo l’aveva già previsto Freud a inizio del novecento che parlava di come si sarebbe sviluppata la società nei prossimi secoli e citava proprio gli aspetti del narcisismo che sarebbero andati crescendo, lì dove io posso essere un genitore molto frustrato che scarica a casa la propria frustrazione, che vorrei delle risposte dal mondo di successo ma non riesco a ottenerle o non mi impegno abbastanza o non è effettivamente possibile. Quello diventa un suggerimento che stiamo dando ai nostri figli che ci ascoltano e ci vedono, per cui la serenità è un concetto che andrebbe inserito molto di più, facciamo attenzione a noi genitori perché se abbiamo delle frustrazioni forti le passiamo, nel passarle i nostri figli le metteranno in atto in qualche altra maniera.

Quando è che la terapia, questo per essere molto operativi, da individuale viene stesa tutta la famiglia?

Quando c’è l’approccio ad un minore generalmente la famiglia è in tutte le indicazioni internazionali da coinvolgere, sperando che sia una risorsa e che non ci siano aspetti peggiorativi. Se nella famiglia, nei genitori o comunque la famiglia perché non è detto che sia solo con la compagnia genitoriale, vengono individuate delle altre situazioni di forte disagio ecco che bisogna invitare anche i genitori a fare un percorso personale, risolvere altrimenti questa catena può proseguire di generazione in generazione.

I temi della salute mentale in primo piano, soprattutto la salute mentale dei nostri giovani, stavamo parlando con Canil della catena della frustrazione, la frustrazione dei genitori che ricade sui figli con effetti che sono anche evidenti. Però prima lei mi diceva dottore spezziamo anche una lancia a favore di questi genitori che non si sentano troppo colpevolizzati, dunque cosa possiamo dire? 

 


Allora intanto attenzione, stiamo dando dei dati significativi ma su quelle che sono le situazioni più problematiche, poi non stiamo dicendo che tutti i genitori sono colpevoli di quello che accade, ricordiamoci che se stiamo stimando che circa dal 20 al 40% dei giovani hanno un disagio, un qualche tipo di disturbo area mentale, è anche vero che abbiamo una grossa fetta di giovani che funziona e la cui famiglia riesce a tenere in equilibrio tutto questo. All’interno di coloro che manifestano un disagio noi possiamo avere sul primo scalino persone che possono impattare su aspetti genetici e caratteriali dei figli e lì c’è modo un po’ di correggere.

All’ultimo scalino possiamo avere genitori che hanno già una franca patologia psichiatrica, i cui figli poverini hanno una sofferenza che è molto importante e la manifestano attraverso tutte le cose che abbiamo detto prima, quindi questo sulla porzione di adolescenti con una famiglia che può avere delle sofferenze e poi c’è un’altra fetta che per ora è più importante e speriamo che rimanga così, i genitori funzionano, probabilmente riescono a mettere in atto sufficiente serenità, clima, familiare, relazione, dialogo, questo è sempre importante da tenere, il dialogo è fondamentale anche per non solo monitorare, ma far crescere, perché attraverso la nostra esperienza adeguata la trasmettiamo, questo anche sui casi di Hikikomori e di isolamento eccessivo.

Il mestiere del genitore non è semplice, mi sembra che Barack Obama ha detto che è più facile fare il Presidente degli Stati Uniti che il genitore, perché purtroppo di scritto, effettivo non c’è nulla, è un mestiere che è sempre artigianale, bisogna vedere che cosa ci portano i nostri figli, anche se con le varie fasce d’età possiamo dover cambiare il nostro atteggiamento. 

 


Mi ha appena sbloccato un ricordo, io e lei ci siamo visti la prima volta, ero venuto a intervistarla nel suo studio di Treviso proprio per parlare di Hikikomori. Erano le settimane, i mesi duri della pandemia e si stavano registrando questi casi di isolamento volontario. C’è ancora questo fenomeno, è un fenomeno che cresce, si è arrestato con la fine del Covid, mi può scattare una fotografia? 

 


Il fenomeno da quel momento è addirittura aumentato, sembrerebbe dai dati, quindi un isolamento crescente, ma attenzione non solo dei giovanissimi, lo stiamo riscontrando anche in persone che possono avere, chiaramente in fascia minore, anche più di 30 anni. Questo perché sembra quasi un effetto a strascico di quello che è stato l’isolamento, ma le cui cause in realtà sono sottostanti, sono sempre molto soggettive e personali; perché attenzione la statistica medica ci dà un’idea dei fattori macro, ma poi ci sono i fattori soggettivi. Quindi persone che comunque hanno difficoltà a relazionarsi, un senso di vergogna troppo alto, un senso di inadeguatezza che si è consolidato con la loro esperienza di crescita, una famiglia che ha avuto difficoltà a regolare limiti e sensi di colpa. Ecco che se calchiamo troppo la mano abbiamo l’effetto contrario e la persona vivrà con una sofferenza che la farà sentire inadeguata ad affrontare il resto del mondo e quindi le relazioni soprattutto.

Per quanto riguarda l’Hikikomori, questo isolamento non è stato causato direttamente dal covid, che ha forse piuttosto legittimato alcune persone, quelle più fragili, a lasciarsi andare. 

Sì, ci possono essere state anche situazioni di eccesso di paura, un atteggiamento fobico nei confronti del periodo della pandemia però è chiaro e ovvio che una pianta cresca laddove ci sia un terreno fertile. Questo significa che c’era già una predisposizione importante. Questo fa sì che oggi vediamo ancora degli Hikikomori anche in età come 40 anni. E’ sempre molto importante, soprattutto nell’ambito della salute mentale, un intervento precoce che ci dà sempre maggiori possibilità e accorcia i tempi di sofferenza della persona.

 


Tornando al tema delle baby gang, dei maranza, dei coltelli, del disagio giovanile, quanto incide il fattore culturale?

Il fattore culturale è molto importante, inteso come atteggiamento nei confronti della vita. Attraverso la lettura, l’esperienza, lo studio, il confronto con le persone, i dialogo, la famiglia si ha la possibilità di sviluppare maggiormente l’intelletto e un senso critico il quale è molto protettivo soprattutto oggi che in rete possiamo trovare veramente di tutto, comprese delle falsità che però sono confezionate benissimo. Qui introduco l’Effetto Dunning-Kruger che ad oggi sta spopolando e tutti noi professionisti del settore lo stiamo riscontrando in maniera massiccia.

Di cosa si tratta?

E’ un effetto per cui una persona legge una cosa su internet anche da fonti inaffidabili, si convince che è vero e da allora rimane fedele a quella notizia con convinzione producendo una serie di prove sovrastimando la propria cultura su quell’argomento. Ad esempio, se leggo che alimentarmi con quella cosa fa male e fa morire, ecco che penso di essere un esperto, non sviluppo senso critico ed è un po’ come se facessi parte di un gruppo chiuso che la pensa così. Ciò produce una sovrastima di sé, un atteggiamento difficilmente modificabile che può produrre danni importanti. La convinzione di qualcosa che è falso ci porta inevitabilmente fuori strada.


Perché nel maremagnum delle informazioni in rete, la mente abbraccia quella che fa più comodo.

Quella che fa più comodo e che diventa interessante o compatibile con gli aspetti di personalità. Spesso queste persone tendono a leggere qualcosa che riguarda l’area del mistero, di ciò che non viene detto, del complottismo o paranoia e cominciano a sviluppare un pensiero acritico su quella fonte.

 


Assenza di cultura significa anche avere meno doti di empatia. La cultura crea empatia?

La cultura crea empatia e conoscenza di noi stessi e di come funziona il mondo. L’effetto dunning-kruger è in aumento; anche in area medica, le persone spesso si convincono di avere capacità diagnostiche o curative.

E’ difficile anche immagino intervenire da un punto di vista psicologico-clinico perché se una persona ha delle convinzioni ferme, assolutiste, fondamentaliste diventa difficile insinuarsi..

La presunzione ad un certo punto diventa purtroppo un sostituto del bisogno narcisistico di affermazione; per cui succede che leggo una cosa, ritengo di essere un esperto e quando incontro un professionista del settore gli dico quanto sia incapace perché sono convinto di saperne di più. Purtroppo questo crea anche una spaccatura perché poi queste persone vengono isolate.

 


DISTURBI DELLA PERSONALITA’ E ADHD

Senta dottore, quand’è che il disagio giovanile diventa disturbo e quando il disturbo diventa malattia?

 


Proviamo a fare una schematizzazione che possa essere utile anche ad individuare in modo precoce. Un’espressione di disagio la accogliamo con i sensi: comportamenti che potremmo schematizzare in un’area di eccesso di comportamento (ad esempio, aggressività, uso di sostanze) oppure in una seconda area di ritiro sociale e isolamento. Se i sintomi legati ai comportamenti appartenenti a queste due aree si risolvono nel giro di sei mesi, i nostri ragazzi sono riusciti a far fronte ad un disagio (ad esempio familiare o un’esperienza emotiva negativa); se non si risolvono in sei mesi, è bene cominciare a parlarne al medico di base o allo psicologo perché il disagio potrebbe cronicizzare e diventare una patologia. Oppure potrebbe essere il sintomo di una patologia già esistente e in modo trasversale può creare diversi sintomi.


I disturbi della personalità e l’ADHD, ne sentiamo parlare moltissimo: facciamo un po’ di chiarezza..

La diagnosi è un atto medico che spetta agli specialisti. Quello che leggiamo nei social genera molta confusione ed è molto pericoloso. Molte persone tendono ad abboccare alla persona che parla sui social, pensando di avere la patologia solo perché si riconoscono in qualcuno dei tratti che vengono descritti. In questo modo cominciano a legittimare il proprio comportamento entrando nella logica giustificativa e spesso non curativa.

Molti operatori del settore temono che ci sia un’eccessiva diagnosi dei disturbi ADHD, qualcun altro pensa che ci sia una sottostima. Possiamo avere dei bambini con disabilità o disattenzioni ma dobbiamo sapere che un disturbo va assolutamente diagnosticato da uno specialista che si occupa di quello. Spesso l’ADHD viene confuso con un disturbo borderline di personalità, non tanto dagli specialisti che hanno gli strumenti utili alla diagnosi: dove vi sono dei deficit di attenzione prolungati nel tempo e molto intensi, possiamo farli diagnosticare dalle persone competenti; laddove il disturbo è più di carattere relazionale, questo fa più parte del disturbo borderline di personalità che tendenzialmente si concretizza più in età adulta. Detto questo, è bene che gli influencer o i non addetti ai lavori non facciano diagnosi per non creare grossi disagi alle persone.

 


In rete vedo tantissimi test di autodiagnosi su tutto per la salute mentale…


Sono test che prima di tutto non dovrebbero esistere in rete; in secondo luogo, non sono quelli di uso clinico che provengono da migliaia di campioni perché c’è tutto uno studio statistico dietro alla creazione di un test.


Quanto ci vuole per arrivare ad una diagnosi di ADHD?

Ci sono dei centri specializzati con professionisti molto abili. Normalmente in tre sedute possiamo fare una diagnosi attraverso dei test, delle valutazioni e dei colloqui con la persona perché l’aspetto umano è sempre molto importante. Da qui si valuta se serve un percorso o se si necessiti solo di alcune attenzioni per correggere.

Interviene anche la terapia farmacologica?

In alcuni casi sì, dipende molto dalla gravità del disturbo. Spesso nell’ADHD abbiamo a monte almeno uno dei due genitori che ha un disturbo borderline di personalità o narcisistico oppure proprio l’ADHD stesso. Quindi i dati clinici ci dicono che dobbiamo anche indagare sull’ambiente familiare.

 


In questo caso servirebbe quindi una terapia familiare, un approccio integrato?

Sì, questo sicuramente.

Mi conferma che anche la depressione è in forte aumento tra i giovani?

Purtroppo sì, anche lì abbiamo registrato un forte aumento tra i 15 e i 19 anni, dato molto serio perché è la prima volta che vediamo uno sviluppo così di massa in età adolescenziale. L’OMS ci ha già dato le proiezioni secondo cui la prima malattia a livello mondiale sarà proprio la depressione. Cerchiamo di fare in modo che colpisca il meno possibile i giovani sotto i 30 anni che sembrerebbe un po’ più esposta a questo tipo di disturbo.

 


La ringrazio per tutte queste riflessioni dottor Canil, neuropsicologo e psicoterapeuta a Treviso. 

Antenna Tre del 29-01-2026 Dott. Michele Canil Psicologo a Treviso_Parte 1

Antenna Tre del 29-01-2026 Dott. Michele Canil Psicologo a Treviso_Parte 2

Antenna Tre del 29-01-2026 Dott. Michele Canil Psicologo a Treviso_Parte 3

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