Ansia da coronavirus | Michele Canil Psicologo Treviso
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ANSIA DA COVID

ANSIA DA COVID

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ANSIA DA COVID

Intervista per Antenna Tre News del 17/10/2020

EMERGENZA CORONAVIRUS E ANSIA

I.: L’emergenza di questo periodo è anche psicologica perchè tutta questa pressione, questa ansia che possiamo chiamare “ansia da Covid” crea danni. Per questo sono qui con il nostro ospite Michele Canil, neuropsicologo e psicoterapeuta. Dottore, possiamo parlare di ansia da Covid?

D.: Possiamo parlarne, tant’è che molti Ordini hanno cominciato a creare questo neologismo. Sicuramente è una situazione che ha su più fronti reso difficile il quotidiano, l’aspetto mentale della vita che è quello della serenità di base e di altre caratteristiche che ci fanno vivere in modo consono; quindi si può parlare di ansia da Covid soprattutto per questo timore che tastiamo noi professionisti rispetto ad un nuovo possibile lock down, quindi isolamento sociale.

I.: Diciamo che c’è bisogno di un sostegno, quando una persona non ce la fa da sola deve chiedere aiuto, bisogna saper chiedere aiuto.

D.: Bisogna anche provare ad aiutare chi vediamo non riesce a chiedere aiuto, questo per evitare un po’ quello che è successo quest’estate. Nel post lock down moltissime persone hanno chiesto aiuto un po’ in ritardo e di conseguenza alcuni disturbi patologici si sono acutizzati. La storia ci insegna che l’isolamento crea moltissimi disagi all’essere umano. Ricordo gli esperimenti di 40 anni fa di Siffre in Francia, lo speleologo che studiò l’isolamento nelle grotte; più o meno stiamo vivendo proprio gli stessi sintomi. Ci sono anche tante sotto-categorie, possiamo parlare degli anziani, dell’isolamento eccessivo, dei declini, piuttosto che delle violenze domestiche che si sono acuite in questo periodo, o degli adolescenti che molto hanno sofferto questo isolamento e in alcuni casi lo hanno addirittura prorogato con una sorta di Hikikomori, questa sindrome proprio da ritiro sociale. Ci vuole quindi molta attenzione da parte di tutti.

I.: Questa sindrome di cui tanto si parla è in aumento anche nel nostro territorio?

D.: E’ in aumento nel nostro territorio soprattutto negli ultimi anni. C’è stata un’esacerbazione importante durante il lock down sebbene per questioni pratiche legislative fosse obbligatorio il ritiro. Molti adolescenti, io vedo, hanno addirittura prorogato il tempo di ritiro sociale chiudendosi proprio nelle loro stanze e quindi avviando tutta quella sintomatologia e comportamenti che sono tipici come vivere e mangiare nella camera, aver timore della propria immagine corporea o di incontrare altri ragazzi, la paura di essere visti e vedersi sui mezzi di comunicazione quindi sui pc, sulle videocamere, sui tablet. Questo è qualcosa di cui ci stiamo occupando un po’ tutti come categoria; è importante correre ai ripari perchè un adolescente che comincia una sindrome di questo tipo può metterci un breve tempo per risolverla, ma anche anni.

I.: E’ anche un modo per sfuggire ai problemi. Di fatto forse il Covid, la quarantena, il periodo di lock down hanno dato a molti la possibilità di sfuggire ai propri problemi sostanzialmente, un alibi.

D.: Un alibi sì, una sorta di tasto di pausa alla propria vita che però ovviamente tampona ma non risolve.

I.: E’ molto inquietante questo fenomeno per certi versi. Di fronte ad un ragazzo che si chiude in camera, che si auto-isola, che cosa deve fare a questo punto un genitore?

D.: Vale sempre la regola del dialogo, provare ad iniziare a parlare di questo comportamento tentando di non essere accusatori con loro perchè in fondo è un segnale di sofferenza che stanno dando. Nessun ragazzo è contento di trovarsi in questo tipo di sindrome, quindi partiamo dal presupposto che c’è il dolore, il dispiacere, la vergogna; quest’ultima riguarda sia aspetti più relazionali di immagine di sé, ma spesso è proprio localizzata nel corpo. Tutti noi da adolescenti abbiamo un corpo che si trasforma, presentarlo agli altri diventa sempre un argomento importante, l’adolescente comunica con il proprio corpo. Anche il fatto di non riuscire per un certo periodo a presentarsi, a farsi vedere e ad accettare anche questo cambiamento può provocare una sorta di meccanismo di difesa tale per cui ci si distacca completamente dal mondo. Ed è in aumento questa patologia anche in età adulta, quindi dopo i 25 anni.

I.: Lei lo vede quotidianamente nella Sua pratica qui in provincia di Treviso, quindi parliamo di casi locali, non di suggestioni che arrivano da altri Paesi come il Giappone, gli Stati del Medio Oriente dove questa sindrome è radicata da anni e ben si conosce.

D.: Lì è radicata da anni, dipende anche dai retroterra culturali; l’aspetto della colpa e della vergogna in Medio Oriente è vissuto in maniera diversa rispetto a qui. Però qui concretamente stiamo registrando un aumento di questi casi.

I.: Lei tra l’altro lavora anche a livello internazionale, assiste varie persone anche all’estero: c’è una differenza tra gli approcci nei vari Paesi?

D.: Sì, ci sono differenze sostanzialmente dovute al tipo di cultura di appartenenza, al modo in cui queste restrizioni sono state attuate e presentate. Io vedo nei Paesi nordici come Austria, Germania, Belgio e Inghilterra, la socializzazione viene vissuta in modo diverso, con sfumature diverse: ad esempio lì vige di più il rigore, il rispetto delle regole; noi siamo più latini, mediterranei quindi l’aspetto relazionale assume tutt’altro significato. Nelle regioni invece più a Sud la parte emotiva prevale sicuramente su quella ragionevole. Rispetto al ritiro sociale io credo che la fascia centrale dell’Europa ne risenta un pochino di più.

I.: Quindi diciamo che anche nell’affrontare questa emergenza psicologica c’è un fattore comunitario, identitario, territoriale.

D.: Territoriale assolutamente. Il territorio è un po’ la famiglia più grande a cui ci riferiamo ed è anche quello che in qualche modo ci prepara gli assunti generali, cioè esistono delle regole, delle azioni e queste hanno una ripercussione. Tutti noi abbiamo dei costrutti, cioè dei pensieri che riguardano proprio il territorio in cui viviamo.

I.: Quindi i veneti, che appunto sono famosi per la loro caparbietà, la loro anche resilienza per certi versi, come si stanno comportando?

D.: Io noto nei veneti alcune caratteristiche che tutto sommato devo dire vedo nella quotidianità hanno anche giocato un ruolo favorevole. Ad esempio uno dei valori che sono qui condivisi è la capacità individuale di farcela da sé, di arrangiarsi, quindi l’autonomia e il pensiero individuale che contraddistinguono un po’ tutti i lavoratori, lo stile e la cultura veneta in un certo senso ci ha attivati durante anche il lock down. Questo ha fatto sì che per la maggior parte delle persone non ci sia stato un blocco anche della propria attivazione personale, della propria quotidianità; ad un certo punto tutti si sono messi all’opera. Altri Paesi hanno caratteristiche diverse, non solo, ma culturalmente il chiedere aiuto diventa più importante rispetto al cavarsela da soli. Questo è un primo aspetto che io ho notato essere caratteristica del nostro territorio.

I.: E’ un aspetto molto interessante questo e poco indagato. Dottore, qual è la categoria a maggior rischio ansia da Covid? Le mamme preoccupate per i figli che devono andare a scuola? Gli anziani? Oppure gli operatori economici che rischiano di perdere il lavoro di una vita?

D.: Senz’altro in questo momento, per quella che è la mia possibilità di tenere il polso della situazione, sono le categorie di tutti i lavoratori della fascia centrale, perchè qualcuno comincia a temere la chiusura delle aziende, delle attività. La categoria delle mamme sicuramente e le possiamo ben comprendere: queste nuove normative per la scuola nella prima infanzia, nell’età delle elementari ma anche delle medie e delle superiori desta molta preoccupazione; la questione del tampone, del “terranno a casa mio figlio, il pediatra sarà attento o mi manda subito al controllo”..si genera un lavoro di preoccupazione. La rassicurazione può arrivare fino ad un certo punto nel senso che possiamo rassicurare un po’ tutti professionalmente però bIsogna anche sottostare a dei parametri che ci hanno dato e quindi in base a quelli ci si muoverà. Certo l’idea di molte mamme è “mio figlio comincerà le elementari piuttosto che le medie, non so se e come le finirà, non so se dovrò stare a casa per le lezioni”… Quindi quell’aspetto di maternage un po’ dubbio in questo momento, cioè quanto mi devo occupare di lui, non servirà… Ci sono molte incertezze.

I.: Di fronte a questo lock down per la scuola a fronte di quello che ci dicevamo prima e per quello che Lei ha detto adesso sarebbe davvero un dramma, verrebbe a mancare quel fattore relazionale che di fatto tiene in piedi un’intera generazione.

D.: Diciamo che le funzioni della scuola secondo me sono più ampie rispetto all’insegnamento; i bambini nella scuola fanno un grandissimo esperimento di vita che è la relazione con gli altri e proprio questa potrebbe venire a mancare. Però voglio anche lasciare un messaggio positivo, non disperiamo…i bambini sono bravi, hanno un’elasticità che è molto più ampia di noi adulti quindi potranno recuperare in qualche modo con le dovute attenzioni; questo chiaramente costerà della fatica ai genitori.

I.: In grafica abbiamo il titolo “Vivere nell’incertezza ma guardare al futuro”… Si può?

D.: E’ un’operazione un po’ complessa per l’essere umano perchè dalla certezza generalmente scaturiscono dei pensieri sul futuro, altrimenti sono due meccanismi che nel nostro sistema nervoso centrale sembrano andare un po’ in contrasto. Sì, io dico, dobbiamo provarci perchè in questa fase si cerca di fare rete tra noi, nella comunità, tra professionisti anche, un po’ tutte le categorie… Quindi guardare al futuro ha un grande significato se c’è la speranza di riuscire a riparare le cose, che i figli riprendano la scuola un giorno, che tutto riprenda un po’ come prima.

I.: Quindi ci deve essere e bisogna coltivare a questo punto una prospettiva.

D.: Dobbiamo. Senza l’idea del futuro l’essere umano si blocca. Questo lo sappiamo studiando da anni le depressioni. L’idea del futuro disegna una possibilità di andare avanti nella vita.

I.: Dottore, La ringrazio. Grazie a Michele Canil, neuropsicologo e psicoterapeuta.

D.: Grazie a voi.

Dott. Michele Canil
Psicologo, Psicoterapeuta
Neuropsicologo, Ipnosi clinica
Terapeuta EMDR
Perfezionato in Psicofisiologia clinica, Genetica, Nutrizione.
Opera nelle città di Vittorio Veneto, Conegliano, Treviso.
Il dott. Canil si occupa da molti anni di diagnosi e cura della depressione a Treviso, Conegliano e Vittorio veneto. Oltre a ciò tratta molti disturbi psicosomatici, si occupa di cura dell’ansia e di attacchi di panico e molti altri tipi di disturbi. Opera in strutture ospedaliere ed in studio privato di Psicologia, Psicoterapia e Neuropsicologia.

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