Psicologia dei Social. Intervista televisiva al dr. Canil
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Psicologia dei Social. Intervista Televisiva

Psicologia dei Social. Intervista Televisiva

Psicologia dei Social

La solitudine nell’era del web: che ruolo hanno i social?

 

INTERVISTA TELEVISIVA TRASMISSIONE “APPROFONDIMENTI”: Il giornalista dott. Fabrizio Stelluto intervista il dott. Michele Canil sulla Psicologia dei Social

Canale 7GOLD PLUS

Giornalista dott. Fabrizio Stelluto: I (intervistatore)

Dott. Michele Canil: D (dott.), psicologo, psicoterapeuta, esperto in Psicologia dei Social

 

 

I.: Eccoci insieme ancora una volta. L'ospite di oggi è il dott. Michele Canil, neuropsicologo e psicoterapeuta di Vittorio Veneto, provincia di Treviso, esperto in Psicologia dei Social. Con lui parliamo di Psicologia dei social e di solitudine dell'uomo moderno, depressione e relazioni nella società. La sequenza delle parole è corretta? O dovremmo partire da relazioni nella società per poi parlare di solitudine e depressione?

 

D.: Direi che è corretta, soprattutto nell’ottica di una filiera di causa-effetto, nel senso che la solitudine spesso, non sempre, è una delle cause principali della depressione che ahimè affligge sempre di più la nostra società.

 

 

I.: Sono patologie in crescita la solitudine e la depressione?

 

D.: La solitudine di per sé non è una patologia codificata, la depressione sì ovviamente. Purtroppo è in grande crescita; l’Organizzazione Mondiale della Sanità fa una previsione per i prossimi 20 anni in cui chiede un massiccio impiego di operatori dell’ambito psicopatologico appunto perchè prevede una crescita importante in tal senso.

 

 

I.: L'innovazione tecnologica ha un ruolo importante in questo? Leggendo alcuni testi la televisione è messa in discussione come causa di solitudine, poi sono arrivati i social e mi pare si vada peggio...

 

D.: Direi che la televisione, almeno nell’esperienza clinica quotidiana, non è di per sé un elemento che mette un contributo importante alla solitudine delle persone. Forse i social, per come vengono usati al giorno d’oggi, sicuramente contribuiscono in maniera importante. Sembra un paradosso, perchè il concetto di network, di fare rete è alla base di questi social ma in realtà le persone si trovano spesso quasi incapsulate ciascuna nel suo mondo, nella propria solitudine. Io vedo che questo spesso è motivo di sofferenza.

 

 

I.: Il paradosso è che lo stesso strumento può essere visto da due punti di vista, nel senso che la televisione può fare compagnia ma può essere anche strumento di solitudine. Il computer si chiama social ma in realtà isola le persone all'interno dello schermo. E' un paradosso questo.

 

D.: Sì, è un paradosso. Non ci dimentichiamo che comunque prevedono l’utilizzo di uno strumento di mediazione, quindi non c’è più neanche tutto quell’importante prossemica per capire le emozioni dell’altro che deriva dall’esserne a contatto.

 

 

I.: Ma perchè oggi si preferisce ripararsi davanti ad uno schermo piuttosto che avere un contatto diretto diciamo con la realtà?

 

D.: Le ragioni io trovo che siano molteplici: prima di tutto questi strumenti sono comodi, utili, li abbiamo tutti in casa. La seconda ragione è che non è necessario essere se stessi con il proprio ruolo; nei social ci si può giocare un ruolo nuovo. E questo può estrarre da ciascuna persona caratteristiche nuove diverse dal solito che però hanno anche una parte di rischio.

 

 

I.: Ci si accorge oggi di essere soli? Una volta la persona “malata di solitudine” la si riconosceva poiché era marginale rispetto alla società. Oggi, considerando in quanti usiamo i social, probabilmente non ci si rende conto che questo è strumento di solitudine...

 

D.: I giovani si accorgono un po’ meno effettivamente. Negli adulti, vi sono anche ultra sessantenni che utilizzano i social perchè soprattutto agevolati dallo stare in casa, c’è un po’ più i consapevolezza portata dalla maturità, per cui la persona si rende ben conto del proprio stato di solitudine. I giovani o giovanissimi non si rendono conto che in fondo in fondo sono chiusi in una stanza per molte ore, a volte anche la notte, e non hanno contatto effettivo con le persone.

 

 

I.: Tutto questo va a vantaggio della Sua categoria. Potremmo dire che oggi siamo una società malata?

 

D.: Un pochino sì. Diciamo che non è un bel vantaggio; sarebbe più piacevole occuparsi di stili educativi piuttosto che altri argomenti, però purtroppo c’è una grande necessità che è creata da tutti questi aspetti che compongono la vita di ciascuno di noi. Soprattutto i giovani, che si trovano già in una condizione di solitudine rispetto alla famiglia e di controllo inadeguato, si infilano in situazioni di uso e abuso di questi mezzi che ulteriormente li costringe nell’angolo della solitudine.

 

 

I.: E la famiglia in questo?

 

D.: La famiglia purtroppo, se dobbiamo fare un discorso generico, in questo momento storico è molto impegnata. Nella quotidianità professionale purtroppo non tutte le famiglie possono avere la giusta attenzione, il giusto tempo da dedicare ai figli. Paliamo sia di bambini che frequentano le scuole elementari e medie, ma anche degli adolescenti.

 

 

I.: Ma Lei, dott. Michele Canil psicologo e psicoterapeuta esperto in Psicologia dei Social, ai Suoi pazienti cosa dice? Cioè, al paziente che viene da Lei suggerisce “Esci, vai al mercato che trovi esseri umani?”

 

D.: Questo può essere il consiglio generico che male non fa. Prima bisogna capire quanta consapevolezza c’è, perchè a volte qualcuno è convinto di avere dei rapporti di qualità, invece poi analizzando la situazione delle relazioni che intrattiene vediamo che sono rapporti basati o su una dipendenza, quindi che prevedono di creare dei bisogni da assolvere, oppure su una rete sociale che può essere anche di un numero discreto di persone ma che non è qualitativamente supportante. Bisogna sempre vedere comunque i bisogni della persona singola.

 

 

I.: Il percorso solitudine-depressione, è il maggior percorso per cui si arriva poi ad essere persone depresse o ci sono altri motivi? Io ricordo grandi depressi, da Indro Montanelli a Vittorio Gassman che forse soli non sembravano...almeno esteriormente...

 

D.: Indubbiamente è un ambito interessante perchè la solitudine non è di per sé una patologia codificata; è uno degli aspetti dell’animo umano. Si possono trovare persone sole effettivamente che paradossalmente potrebbero non soffrire di depressione, ma in molti casi ci sono persone circondate comunque da molti esseri umani che però ne soffrono. Quindi fondamentale è il mondo interiore, ovvero il modo in cui la persona percepisce la propria solitudine e il rapporto con gli altri.

 

 

I.: Forse dipende anche molto dal fatto che sia una scelta o una costrizione..

 

D.: Assolutamente sì.

 

 

I.: Mi vengono in mente i frati cistercensi, i monaci che vivono la loro solitudine con gioia.

 

D.: Sì. Chi maggiormente ne soffre sono quelle persone che vorrebbero una relazione di un certo livello qualitativo, di calore, di reciprocità ma non riescono ad ottenerla. Per chi la sceglie, la solitudine ha ovviamente un valore diverso.

 

 

I.: Diceva prima che sono patologie in crescita. Questo incide anche sulle relazioni affettive?

 

D.: Moltissimo. Le relazioni affettive sono un’altra delle appendici della depressione; spesso si vede il fenomeno delle relazioni non corrisposte, della difficoltà a trovare la persona che corrisponde i propri sentimenti. Questa difficoltà è veramente in crescita e si può notare soprattutto nel mondo degli adulti dove a volte, per vicinanza nei posti di lavoro oppure negli ambienti che si frequentano, diventa facile poter stabilire una relazione che poi potenzialmente cresce dal punto di vista sentimentale. In molti altri casi non ci sono queste opportunità e quindi la persona ne soffre molto e giustamente tenta di usare gli strumenti che ha a disposizione come i social, o addirittura quei siti specializzati che creano un incontro tra affinità scelte e studiate.

 

 

I.: Concluderei con un sorriso di intelligente onestà intellettuale. Che consiglio dare a chi ci guarda per non diventare Suo paziente?

 

D.: Direi essenzialmente di non dimenticare il rapporto dal vero con le persone e far caso a quante ore si dedica effettivamente ad un rapporto in cui si vede la persona, le si stringe la mano, c’è un po’ di calore e di affetto.

 

 

I.: Grazie. Senza demonizzare la televisione e i social, ricordiamoci sempre che sono strumenti per la vita, non sono la vita. Grazie dott. Canil, neuropsicologo e psicoterapeuta della provincia di Treviso, esperto in Psicologia dei Social. Buon lavoro!

 

D.: Grazie.

 

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